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Bloomsday working class

Chi ha partecipato l’anno scorso alla prima edizione di Bloomsday Salerno, ricorderà anche lo slogan “Bloomsday se c’è il mare allora si può fare”. Quest’anno ne abbiamo creato uno nuovo, prendendo ispirazione dalla domanda che ci viene ripetutamente posta: “ma cosa c’entra Joyce con…?”

Fa un certo effetto vedere il logo di Autuori Group Logistics di Gennaro Autuori sulla locandina che promuove un evento dedicato a James Joyce. E se di onomatopee vogliamo parlare, si fa davvero fatica ad associare Joyce al rooombrooomb di un modello FH13/540 Volvo che parte ruggente dal parco mezzi di Pontecagnano. Destinazione Londra con a bordo 68 pallets impilati. L’autista slovacco, braccia muscolose, immancabilmente tatuate, atterra con salto felino sul parco impolverato. Tira fuori un pacchetto di marlboro e si asciuga il sudore della fronte con la t-shirt lunga e sgualcita sui jeans strappati. È questo lo scenario della Dublino Joyciana del 1904? L’autista non lo sa. La sua corsa termina a Pontecagnano, come dire che Cristo si è fermato ad Eboli. Eppure, alla Aliano contadina del 1935, Carlo Levi si ispirò.

bloomsdaysalerno2016_sostenitoriCosa c’entra Joyce con Made in Sud Pizzeria? Volete forse farci credere che il pomodorino del piennolo abbia un qualche legame coi rognoni di castrato alla griglia che lasciano sul palato un fine sapore di urina lievemente aromatica? [Ulisse, IV Episodio]. La faccenda è molto più semplice, tutt’altro che dissacratoria: Valerio e Dario Capuano, titolari della suddetta pizzeria, non sanno nemmeno chi sia Joyce, eppure finanziano Bloomsday Salerno 2016 con l’entusiasmo e la positività di chi si sente parte attiva di un progetto che offre loro spazi nuovi.

Ma cosa vuoi che c’entri Joyce con la Star Body di Luca e Guido Panza, dove ad accoglierti arriva un istruttore figo che assomiglia più a Corona che a Stephen Dedalus? Eppure i fratelli Panza mettono mani alla tasca e finanziano Bloomsday Salerno 2016. Ci credono, a prescindere. Non si pongono molte domande sul perché ad un certo punto Ulysses piombi indisturbato tra squats e tapis roulants, metafora perfetta di un flusso ipnotico di pensieri che ti rapiscono, proprio nell’istante in cui premi il pulsante start e inizia la corsa.

“Mio fiore di montagna” [Ulisse, XVIII Episodio]. Ma cosa c’entra Ulisse con un fiorista che trascorre le giornate a fare composizioni floreali per tutte le occasioni? Ancora una volta vi concediamo la critica per questa ostinata forzatura a voler cercare Joyce in ogni dove. Eppure quest’anno è un fiorista a scegliere di finanziare Bloomsday Salerno 2016. Ci mette il cuore ancora prima di metterci i soldi. Lui, che dall’istituto d’arte Filiberto Menna di Salerno arriva carico di estro creativo, facendo del suo negozio un vero e proprio laboratorio di idee. E le vedi, tutte concentrate in un bouquet, che solo a vederlo sull’uscio della porta, sai già che è una creazione di Luciano Milito. Un tratto distintivo.

Chi non vede Joyce in tutto questo, non ha compreso Joyce.  Non ha compreso il senso di Bloomsday.

Distorce il naso chi non riesce proprio a tollerare l’idea che il sommo scrittore sia caduto così in basso e che una tale caduta di stile sia toccata proprio a lui. Lo scrittore di Ulysses, il padre dello stream of consciousness dato in pasto a parrucchieri, fiorai, trasportatori, baristi, pizzaioli e personal trainers. Yes, I did yes.

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Bruna Autuori, ideatrice di “Bloomsday Salerno”

Ed è già chiacchiericcio: un bloomsday proletario, un bloomsday populista, un bloomsday da bar, un bloomsday del ’68. Ci sta. Purché l’accoppiata non sia Joyce&Politics. Qualunque sia l’etichetta che vorrete affibbiare a questa seconda edizione salernitana, la verità è che la working class (chiamateli faticatori, se vi piace di più) ci mette la faccia, oltre che i soldi. E quelli che “ah ma quanto è bella la cultura”, sbarrano le porte e la cultura se la tengono stretta stretta, come Gollum e il mio tesssoro.

Perché quando è l’istituzione a mettere le mani sulla cultura, perfino James Joyce smette di essere James Joyce, per diventare simbolo di un ennesimo radicalchicchismo che giova davvero solo a pochi. Mi parrebbe di fare un torto a lui, non restituendogli il merito di essere stato così ostinatamente anticonformista, così sfacciatamente rivoluzionario.

Ed allora non meravigliatevi se quest’anno Joyce si sporca le mani ergendosi a simbolo di un modo di fare cultura che è liberatorio, tagliente, insofferente ad ogni tipo di indottrinamento da culturificio. Bloomsday non ha vetrine, non ha palchi né salotti. Non insegna, non fa demagogia e soprattutto non fa politica. Non vuole creare gruppi di appartenenza: bravi e belli a destra, comuni mortali a sinistra.

La logica è un’altra: Ulisse sei tu.

Bruna Autuori